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Le leggende sulla "Caccia selvaggia" nella Busa di Tione

Il viaggio attraverso le leggende delle Giudicarie prosegue su un filone che, come ci racconta l'appassionato di storia locale Gilberto Nabacino, è abbastanza "inusuale" per Tione e la busa. Stiamo parlando della "Caccia selvaggia".
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«A Tione - commenta Nabacino - non se ne sa molto. I racconti sulla Caccia selvaggia erano leggende di origine tedesca e non si credeva fossero arrivati anche da noi. Ne parla però Giovanni Pedrotti, grande conoscitore dell'argomento che nei primi anni del '900 pubblicò una sua ricerca dal titolo "Ancora della Caccia Selvaggia nel Trentino". In tale lavoro il Pedrotti riporta "Dalle Giudicarie, cioè da una parte del Trentino dove gli stessi storici tedeschi non erano stati capaci di scoprire la minima traccia di infiltrazioni germaniche, il signor Guido Boni, noto come studioso di storia e di folclore locale, mi manda questi appunti che riguardano la nota leggenda e ne ripetono con fedeltà le principali caratteristiche"». (Vedi il volume "Tione e le Giudicarie" edito dal Comune di Tione e Centro Studi Judicaria).
«La leggenda - racconta Nabacino - veniva attribuita a diverse località di Tione di Trento e dintorni, ma riporta una costante: nel racconto si fa riferimento ad un forte rumore che proviene, sempre, dalla Bastia». Un luogo, quest'ultimo, che Boni descriveva così: "A meditulio del monte di questo nome si vede stando a Tione un antro naturale, ritenuto dallo Stoppani un pozzo glaciale squarciato sul davanti. Davanti a quell’antro era stato costruito in epoca molto antica un fortilizio, del quale son ancora visibili le basi di tre torrioni, che si chiamava la Rocca di Baticlér. Narra la tradizione che nei secoli lontani da questo nido di aquila terrorizzasse la popolazione un feroce castellano tedesco il quale colle sue scelleraggini potrebbe aver dato origine alla fiaba della Caccia selvadega che, a quanto mi consta, non si raccontava in altri luoghi del circondario".

E sulla Bastia torna anche Pedrotti:

"Può essere che il signor Boni abbia ragione nell’osservare che l’essere la tradizione localizzata in un sol punto della conca di Tione cioè alla Bastia, dove in temporibus illis vi sarebbe stato un castellano tedesco che terrorizzava la popolazione, possa spiegare di per sé il formarsi di una leggenda su di una traccia germanica.
È cosa normale che le tradizioni e le leggende si formino su di un fatto storico più o meno esagerato o travisato. Questo però, secondo il mio modo di vedere, non basta a spiegare come la leggenda che quivi si è formata, abbia assunto forme e contorni che rispecchiano altra gente ed altri costumi. 
Credo quindi possa aver qualche fondamento il dubbio che la leggenda della “caccia selvaggia” sia stata importata in Italia al tempo delle emigrazioni barbariche, perché così soltanto risulterebbe spiegata con facilità la diffusione della stessa in quelle parti dell’Italia settentrionale, dove negli ultimi secoli non vi è la più lontana traccia di stanziamenti tedeschi e neppure di indiretti influssi germanici".

 

Curiosità:
Il nome di "caccia selvaggia" “caccia selvadega è sconosciuto a Tione, dove la fiaba era chiamata semplicemente “i cacciador de la Bastia”».
Riportiamo di seguito la versione principale - Il contadino di Pisciniga. 
La caccia selvadega veniva poi attribuita ad altre località dei dintorni di Tione, ma sempre proveniente dalla Bastia:  

Il contadino di Pisciniga

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Al tempo dei tempi, stanco dei lavori della giornata, un contadino di Tione appena calate le tenebre si era coricato sul fieno di una rustica casina da monte posta nella località della “Pisciniga” che si distende sul pendio del monte che digrada verso l’imboccatura della valle di Rendena.

Dormiva saporitamente quando verso la mezzanotte una strana eco proveniente dal monte detto Bastia, che fronteggia a settentrione la Conca di Tione, lo svegliò di soprassalto.

Era il rumore di una caccia lontana, con urla e latrati di cani indemoniati, misti a rauche voci di bestiale incitamento e dal clangore di grosse catene di ferro sbattute violentemente contro le pietre.

Portatosi verso l’apertura della casina nulla vedendo di anormale, gridò così per ischerzo: “O cacciator pòrteme de la to caccia!”.

Tornato nella sua cuccia, dopo breve tempo, la fragorosa scorribanda colle stesse urla e cogli stessi rumori, ma centuplicati in violenza, circondò la casa che sembrava scossa dal terremoto, la porta pareva dovesse crollare sotto furibondi colpi. Per fortuna la gazzara fu breve, altrimenti sarebbe morto dallo spavento! Lo punse, malgrado la paura, la curiosità di osservare se fosse rimasto qualche segno dei cacciatori. Ma quale non fu il suo sgomento quando nell’aprire la porta si accorse che si stava inchiodato al di fuori un sanguinolento braccio di morto!

Rinchiuso in fretta ed in preda al terrore corse al limite del fienile e con tutto il fiato che potè raccogliere urlò verso la Bastia: “O ciacciador  vegn a tòrte la to caccia!”. E si nascose tremante in attesa dell’esito.

In breve si ripetè la scena di prima quando il contadino sul far dell’alba si arrischiò ad uscire dal giaciglio, con suo grande sollievo, dello spaventoso braccio di morto non trovò più alcuna traccia.

Le ragazze di Scivrè

Valli-Giudicarie-903828 COPIAAlcune ragazze da Scivrè (ultima frazione di Tione verso la Rendena) uscendo verso le undici di notte dalla stalla, udirono venire dalla Bastia il rumore della caccia notturna come quello narrato prima.

Incuriosite si portarono verso il vicino capitello di S. Vigilio, in aperta campagna e di lì udirono una voce che ripeteva continuamente: “Chi vol la me caccia? Chi vol la me caccia?”. Una delle ragazze quasi celiando rispose: “Pòrtemela a mi, pòrtemela a mi!”.

Poco dopo, nulla sospettando, andarono a dormire. Ma la mattina dopo quando il padre di quella ragazza si recò per tempo nella stalla per il governo del bestiame, trovò appeso sulla porta il braccio di morto. Fu gioco forza invitare invitare il cacciatore a venir a prendersi la sua caccia, ciò che avvenne la notte successiva.

Il calzolaio di Pleù
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Un calzolaio che lavorava molto per tempo in una botteguccia verso la campagna al limitare della frazione di Pleù (Tione), vide passare di fuori una lunga fila di persone incappucciate ed oranti, con una candela in mano.

Nulla sospettando di straordinario e pensando che si facesse qualche Comunione, uscì dalla bottega e pregò uno del corteo di prestargli una candela, ché voleva seguirlo anche lui.

L’interpellato allungò la mano per porgergli la candela ma il calzolaio inebetito dallo spavento si trovò tra le mani un braccio di morto e s’accorse che tutti quelli uomini erano decapitati. Il Parroco consigliò delle preghiere e di attendere il giorno dopo alla stessa ora la processione, porgendo il braccio infausto all’orante senza candela e così avvenne.

Nota:

Nella chiesa di S. Vigilio al Sarca (Tione) esiste un quadro votivo colla scritta: “Adì 10 Maggio 1695. Ex voto Gian Batta Filosi per sua divozione”.

Il quadretto rappresenta una carcere con una persona in ginocchiata ed orante davanti alle immagini di S. Vigilio, S. Giovanni e S. Antonio di Padova. Sulla finestra, di inferriata, sta appeso il braccio di morto! Siccome le inferriate erano una volta comuni in tutte le case ed in quasi tutte le stanze, non è escluso che il quadro rappresenti una stanza comune invece di una prigione.

 


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